
Gli Shellac sono la band di Steve Albini, partito dalle viscere dell’underground anni 80, approdato a un nuovo modello di rock, utilizzando nuovi codici e colori, spalancando le porte dell’avanguardia e influenzando in maniera originale e definitiva la scena indie di tutto il mondo. Aprirà il concerto Bellini, un aggressivo quartetto che incarna il vero spirito punk rock, i quali nel 2009 hanno registrato in collaborazione con lo stesso Steve Albini l’album“The Precious Prize of Gravity”.
Magro, derelitto, occhialuto, sgraziato, Steve Albini è una delle figure decisive del panorama rock alternativo degli ultimi due decenni.
Nato nel 1962 a Pasadena, in California, da immigrati torinesi, si trasferisce praticamente dalla parte opposta dell’America, a Chicago, dove, tra i 18 e i 20 anni, lavora come critico musicale e frequenta l’underground hardcore e noise della città.
Albini forma Shellac (o Shellac of North America) assieme a Todd Trainer e Bob Weston entrando a far parte del corteo che un anno dopo sarà battezzato post-rock. Come se non bastasse, il titolo di pionieri, a fine anni 90 la critica li collocherà fra gli inventori di una deriva del post-rock stesso: il math-rock. Rock matematico, calcolo numerico che dà vita a geometrie ben definite, spesso spigolose; vortici di chitarra, basso e batteria si arrampicano e si sovrappongono in imponenti impalcature, si reimpastano obbedendo a sbalzi di tensione nervosa che nel caos animano rigorose architetture, disegnano scenari spesso apocalittici, rumorosi, mozzafiato o confezionano stralci di melodie angolari. Shellac è tra i primi a schierarsi politicamente contro il supporto cd, subordinandolo a 180 grammi di solido vinile vergine. Gli album, tutti registrati live in studio, dimostrano le incredibili doti di regista di Steve, che conduce con carisma gli psicodrammi, su una sezione ritmica che è un macigno, raramente pacata nei toni. Lo stile di Albini è tuttora una firma inconfondibile. Icona vivente, il genio californiano non solo ha scritto la storia dell’avanguardia 80-90, ma ha prepotentemente influenzato l’intera scena rock, producendo o registrando gruppi storici degli ultimi vent’anni: gli stessi Slint, Dirty Tree, Neurosis, Fugazi, Pixies, i Nirvana di “In Utero”.
Shellac esordisce nel 1994 con “At Action Park”, il manifesto della band. Da subito viene presentata la sintesi di questo gioiello: i continui dialoghi fra i tre musicisti e i passaggi tanto essenziali, quanto imprevedibili; i crescendo emozionali sono addizioni e sottrazioni di strumenti, pieni e vuoti che si alternano, raffiche che si dimezzano, si triplicano e così via. Dopo un simile album, l’attesa sembra interminabile.
Il successivo album “Terraform” (1998, Touch & Go) parte in sordina con due note di basso che vorrebbero, forse, tenerci ancora sulle spine; Albini tesse prima semi-melodie vocali, poi una leggera linea di chitarra. La recitazione di Steve, teatrale più che mai, conquista il centro della scena, i rumori passano in secondo piano e il doloroso tormento termina incompiuto senza raffiche violente.
Nel 2000 è la volta di “1000 Hurts” che da una parte riprende la ricerca di “Terraform”, dall’altra spinge la sperimentazione avanguardistico-matematica di Shellac.
Dopo sette lunghi anni, il nuovo album “Excellent Italian Greyhound” (2007, Touch & Go) giunge quasi inaspettato. Senza preavviso te lo ritrovi tra le mani, zero promozione, zero pubblicità, di video o passaggi in tv neanche a parlarne. E in tutto questo tempo cosa è cambiato per gli Shellac? Nulla. Il sound asciutto ed essenziale che rimarca gli spazi fisici tra gli strumenti è sempre lo stesso, il basso sfondapavimenti, la batteria secca e la chitarra tagliente sono restati quelli, stilisticamente poi sono rimasti impermeabili a qualsiasi cosa sia capitata negli ultimi sette anni.
Partito dalle viscere dell’underground anni 80, Steve Albini è approdato a un nuovo modello di rock, utilizzando nuovi codici e colori, ma soprattutto ha dimostrato di aver spalancato le porte dell’avanguardia e di aver influenzato in maniera originale e definitiva la scena indie di tutto il mondo, al di fuori delle macchinazioni imposte dall’industria discografica.
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Aprirà il concerto Bellini, un aggressivo quartetto composto da Agostino Tilotta, sua moglie Giovanna Cacciola (Uzeda), il bassista Matthew Taylor (The Romulani) e il batterista Alexis Fleisig (Girls Against Boys, Soulside). Essi incarnano il vero spirito punk rock.
Dopo l’uscita di “Snowing Sun” e “Small Stones”, nel 2009 è il momento di “The Precious Prize of Gravity”, registrato in collaborazione con Steve Albini. Con non meno di quattro canzoni centrate attorno alla morte di persone care (tra cui la straziante “The Thin Line”, con Andy Cohen e Tim Midgett), “Precious Prize” è, soprattutto per quanto riguarda i testi, l’album più oscuro dei Bellini.
“Small Stones” è il primo album a presentare Alexis Fleisig (Girls Against Boys, Soulside), nuovo batterista dei Bellini. Registrato in 5 giorni in uno studio fatiscente ad Austin, “Small Stones” ha il suono di una band che si è fatta più forte. Se i Bellini hanno dovuto sopportare la tragedia prima di gustare il trionfo, “Small Stones” è una bella ricompensa!
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Apertura porte ore 21.30, inizio live Bellini ore 22.00, inizio live Shellac 23.00, ingresso euro 18. Non sono necessarie tessere.
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