
Da febbraio, ovvero il mese d’uscita di “Are You Crazy Or Crazy Crazy?”, loro prima fatica prodotta dalla Locomotiv Records – braccio discografico dell’omonimo locale bolognese – hanno messo a ferro e fuoco esattamente novantanove venues in tutta la penisola. I The Crazy Crazy World of Mr. Rubik festeggiano al Locomotiv Club il loro 100° concerto nell’arco di un anno. Una complessa miscela esplosiva che tanto li ha fatti apprezzare nel corso del 2010, un magma sonoro in cui la Warp incontra Cochi e Renato scegliendo Devo e Battles come sottofondo musicale. Ci si vede là con le orecchie incollate agli ampli. In apertura Leli ci porta in un viaggio attraverso il suo mondo fatato. A seguire GGT e Buddy Morrow djset!
The Crazy Crazy World of Mr. Rubik: sono in tre, stanno a Bologna e hanno come casa base il Locomotiv, locale che in tre anni ha conquistato il podio dei club indie e che ora, tramite loro, lancia una label nuova di zecca, la Locomotiv Records.
Di follia ce n’è tanta in questo disco, ma di quella lucida, la più pericolosa e, insieme, la più affascinante. Power post punk? Post energy rock? Funk psichedelico con incursioni drone? Si accettano consigli, perchè dentro c’è di tutto. Quel che più colpisce, fin dalle prime battute, è la totale malleabilità di ogni singola traccia, a partire dalle voci: violente, sussurrate, ironiche, da front man o da coro gregoriano, da giovane incazzato che ne ha le palle piene di sentirsi dire che non ha fatto il ’68. Così come la musica che le accompagna: tastiere allegre o terribilmente minori, batterie in loop, chitarrine blues che si perdono in scorribande post-qualcosa, cenni math rock, passaggi che ricordano gli anni ’90 dei Massimo Volume o i primissimi anni zero dei Giardini di Mirò.
Si parte con un intro che promette sudore e scintille, “1st step: the crazy crazy lesson”. Una gym lesson vera e propria, destra-sinistra, per il corpo e per la mente: la temperatura sale, more energy please!, il banditore scende dal palco e lascia spazio a una mattonata di chitarre che fuggono via. Poi compare “Tic tic tac”, destinata ad essere la hit della primavera bolognese, e sarebbe anche lecito pensare a qualcosa come i !!!, o i Go!Team (dite che non fanno un video con orologi giganti da schivare al posto dei fantasmi di PacMan?). L’ascolto prosegue, questi pensieri vengono spazzati via in fretta: qualche spianata desert, e non si scherza più. Risatine sarcastiche e lestofanti da mercato nero, si corre a mille lacerando l’aria e, poi, ci si ferma di nuovo. Con “My mama told me”, che fa il verso a Elvis e infila dei riff blues che fanno riprendere il fiato. Si ricade nelle atmosfere già segnate da Emidio Clementi & co, con un brano che sembra nichilista fin dal titolo (“Tum tum pa tu – tum tum tum pa”), ma che in realtà è sfogo in versi più o meno criptici, con le casse e i tom del titolo, appunto, a fare da base incessante e lancinante. Si conclude poi con altri tre pezzi da flusso di coscienza, che incasinano ancor di più il panorama: cattivi, buoni, giocosi, pure sensuali verso la fine.
Matti-matti, dunque, e bravi-bravi, ma anche parecchio casinisti, in un sincretismo che vuol tenere davvero tutto assieme, e che fa fatica a dettare una linea precisa. Forse, perchè la linea non c’è, nemmeno quella a cui essere fedeli. Da una parte ci presentano dei personaggi che sembrano usciti da un videogioco dell’Atari, dall’altra ci colpiscono la freddezza con cui guardano a “questo enorme magma di escrementi”, a tratti robotica e decisamente non analogica. La summa, direi, è qualcosa di esplosivo e, volenti o nolenti, ne sentiremo parlare, perciò preparatevi.
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“My Life on a Pear Tree”, disco di debutto, è un viaggio nel mondo fatato di Leli, raccontato e descritto in tredici canzoni dal tono fiabesco, talvolta trasognato, talvolta giocoso. Leli vive in bilico tra l’essere una bambina cresciuta troppo in fretta e l’essere una giovane donna che vuole rimanere bambina. Leli, forse per autodifesa, spesso si rifugia tra i rami di un pero dove ha creato il suo mondo alternativo e a ben poco servono i continui richiami della mamma che le grida di “scendere dal pero” perché su quell’albero la aspettano il suo contrabbasso, la sua chitarra, il suo glockenspiel ed il suo sitar. Proprio da questi pochi strumenti sono nate le canzoni di questo primo album del duo composto da Leli e John, il compagno di giochi che ha aggiunto qualche percussione, qualche chitarra, una diamonica ed una tastiera qua e là alle sue canzoncine.
Il disco rappresenta un ponte tra la musica dell’infanzia, fatto di strumenti giocattolo ed un certo pop antico, fatto di arrangiamenti ben scritti e ripartiti tra fiati, archi e strumenti canonici. Importantissimo in tal senso è stato l’apporto di Alessandro Grazian all’arrangiamento di quattro brani, con il suo inconfondibile gusto per i dettagli e la sua scrittura fantasiosa, e l’accurata produzione artisica di Matteo Romagnoli (4fioriperzoe).
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