NUOVA VENUE! POST NEBBIA + GAZEBO PENGUINS + PIN CUSHION QUEEN @LOCOMOTIV

Locomotiv Club Bologna [Bologna]

Informazioni sull’evento
Data: Data: 11 Giugno 2023
Apertura porte:: Apertura porte: 7:30 pm
Ora: Inizio ore: 8:00 pm
Luogo: Luogo: Locomotiv Club Bologna
Indirizzo: Indirizzo: Via Sebastiano Serlio, 25/2 Bologna
Evento: Evento Facebook: https://fb.me/e/2H50rtpRQ
Dettagli
POST NEBBIA
I Post Nebbia sono una band della nuova scena musicale veneta, nata dalle esplorazioni di home recording di Carlo Corbellini, classe ‘99. La band pubblica il primo lavoro autoprodotto Prima Stagione a maggio del 2018, facendosi notare da importanti realtà del panorama musicale italiano indipendente. Con le prime date accolgono un riscontro positivo da parte di tutti gli addetti al settore. Nei primi mesi del 2020 la band viene segnalata tra le band più promettenti sia da rockit.it (CBCR) che da Rolling Stone (Classe 2020).
Il 23 ottobre 2020 è uscito il loro secondo disco per Dischi Sotterranei/La Tempesta Dischi. Qui i Post Nebbia partono da una base psych-rock, giocando però con citazioni al funk, alla musica sample based di produttori come Madlib e The Alchemist e alla library music italiana. Un viaggio allucinato nel mondo dell’esperienza dello spettatore televisivo, con rimandi all’estetica trash dei canali televisivi regionali. L’album ha riscosso gli entusiasmi di pubblico e stampa. Il 28 maggio 2021 esce il singolo Veneto d’estate feat. Nico LaOnda, che apre e anticipa un fitto tour estivo nei principali festival e venue di tutta Italia. La band fa il suo ritorno con il nuovo album , anticipato dai singoli Cuore semplice e Cristallo Metallo.
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GAZEBO PENGUINS
A cinque anni di distanza dal precedente album, i GAZEBO PENGUINS sono tornati con un nuovo sorprendente lavoro per Garrincha Dischi, con la collaborazione di To Lose La Track, storica etichetta della band. S’intitola e segna il ritorno di uno dei gruppi più deflagranti del panorama nostrano.
Un viaggio lungo 7 canzoni che attraversano l’obliquità dello spazio e del tempo, l’inesistenza del vuoto, i buchi neri, per raccontare concezioni del mondo inedite attraverso una visione sfocata, sfuggente. Come lo è l’atmosfera in cui veniamo proiettati durante l’ascolto, sepolti sotto un muro di suono infinitamente denso e spesso, generato da sferzate di chitarra e colpi devastanti di batteria su cui si innesta un cantato urgente ed urlato, quasi un grido disperato: un caos primordiale dove la tensione sonora è vivissima e sempre sul punto di esplodere.
Anche a livello sonoro il gruppo propone soluzioni innovative, sperimentando in alcuni brani fino a spingersi al limite della destrutturazione, pur mantenendo le coordinate care ai fan che li seguono da anni lungo lo Stivale all’interno di club in cui le performance sono sempre fortemente fisiche e i muri grondano sudore.
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PIN CUSHION QUEEN
Una filastrocca di Tim Burton ha tenuto a battesimo i Pin Cushion Queen, trio formato da Igor Micciola, Marco Calandrino e Paolo Mongardi, vincitori della prima edizione di BLENDER, che dopo la trilogia “Setting” alza il tiro con il nuovo album “Stories”. Trentotto minuti che uniscono rock ed elettronica tra percussioni, atmosfere cangianti e uno stile difficile da catalogare. Produce Bruno Germano (Iosonouncane, Giardini di Mirò, Julie’s Haircut) da sempre abile nel far emergere in modo elegante la personalità delle band che a lui si affidano, anche se in questo caso è più giusto parlare di multiple personalità .
I dieci brani di “Stories” infatti sono molto diversi tra loro ma non così tanto da sembrare estranei, ogni pezzo racconta la sua storia andando a ricomporre un quadro comune dai toni cinematografici. Sintetizzatori digitali e analogici, chitarre elettriche e acustiche, batterie elettroniche e non, un organo Wurlitzer, un Fender Rhodes, un vecchio synth Farfisa, contrabbasso e fiati formano una piccola orchestra che si muove decisa e compatta tra velati omaggi a Danny Elfman e una tensione latente che contagia buona parte del disco. Narrazioni gotiche in bilico tra sogno e incubo, con un inizio in punta dei piedi (“The Haunted”) e una crescita lenta ma inesorabile.
Melodie ipnotiche su ritmi tribali (“Hiccoughs”) che diventano ossessivi e violenti in “Still” poi ruvidi, minimali (“We saw you fall” ma anche “Little Boy” ) e oscuri in “Hindrance”, la strana sensualità tagliente che emerge in “Ghost & Witch” e “Scissors”, una ninna nanna dark e tenebrosa chiamata “Thick Black Mud” trascinano verso “The Expedition” chiusura lucida e distorta un po’ à la Mogwai.
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